David
Leavitt
Nato nel 1961 a Pittsburgh, di famiglia ebraica,
David Leavitt rappresenta con le sue opere le classi sociali americane
e i primi movimenti omosessuali nelle università. Alcuni
elementi ricorrono nei suoi lavori, ma ogni volta vengono inseriti
in un modo differente, quasi sempre all’altezza della fama
che l’autore si è creato fin dall’inizio della
sua carriera grazie a romanzi come “La lingua perduta delle
gru” o alla raccolta di racconti “Ballo di famiglia”.
Definito "minimalista" e "post-minimalista",
Leavitt rifiuta questa etichetta, inoltre i suoi non sono romanzi
o racconti generazionali, ma molto di più: rappresentano
un’epoca, i primi dolorosi anni della diffusione dell’AIDS
negli ambienti omosessuali, parlano di malattie, morte e dolori,
ma con sempre in riserva momenti di poesia purissima, alternata
a crude verità sulle debolezze umane. Non parla solo di giovani,
come qualcuno erroneamente continua a dire: personaggi come Owen,
Stanley Flint, Richard o Rose simboleggiano la generazione precedente,
in bilico tra la propria educazione, i sentimenti da nascondere
e la diversa concezione, se non il rifiuto totale per mezzo della
pazzia, del presente. Leavitt mostra un’eccezionale capacità
nel parlare degli aspetti più oscuri dei personaggi sempre
con una sorta di profondo rispetto. Conosce le debolezze, le paure
e i vizi dei suoi personaggi e non si sente in dovere di giudicare.
Lui espone, arricchisce le situazioni più squallide motivandole,
illuminandole di una luce di speranza e futuro, anche quando le
tragedie della vita sembrano invitare ben poco all’ottimismo.
Leavitt è ben cosciente della sua
identità ebraica e la vive con serenità; nei suoi
libri quasi sempre c’è un riferimento all’ebraismo,
quell’ebraismo liberale e umanista che addirittura non interferisce
con l’argomento dell’omosessualità nella vita
familiare dei personaggi. Nell’America di Leavitt i suoi protagonisti
ebrei celebrano le feste più importanti senza cadere nel
sensazionalismo di altri scrittori ebrei americani: essere Ebrei
è un semplice dato di fatto, come lo è d’altra
parte nella maggior parte dei casi nella vita quotidiana americana.
Michael Cunningham, lo scrittore reso celebre
dal libro “The Hours”, ha imparato bene la lezione da
Leavitt. Entrambi trattano argomenti come l’AIDS o l’omosessualità
vissuta negativamente con delicatezza, non sentono il bisogno, come
altri scrittori gay, di rendere le proprie preferenze un fenomeno
da baraccone, uno stile di vita utile per vendere più libri.
La maggior parte di libri in circolazione
trattano di eterosessuali, indipendentemente dalle trame o dai personaggi.
Leavitt racconta le sue storie inserendo semplicemente più
personaggi omosessuali, che faranno sentire a proprio agio il lettore
omosessuale, il quale potrà addirittura riconoscere stati
d’animo e situazioni vissute, soprattutto per quanto riguarda
il coming out in famiglia. La famiglia per Leavitt è un elemento
molto importante, che condiziona, talvolta drasticamente, i personaggi
, o unisce maggiormente i componenti in situazioni delicate.
Lo scetticismo di Leavitt, così tanto criticato da alcuni
saccenti recensori, è solo apparenza, un’illusione
che si creano i personaggi nel tentativo di sfuggire al terrore
che provano nell’affrontare situazioni difficili, o addirittura
tragiche della vita.
di Jessica
"Dubh" Rattini |