"Ensamma
på Shabbes" (Sempre soli di Shabbat) di Liv- Chayiah Dodino
Il
romanzo è basato sulle storie autentiche di persone di cittadinanza
europea.
L’halachah, la legge ebraica che riconosce come ebreo solo
chi può provare di essere figlio di madre ebrea o chi si
“converte”, ha causato in questo secolo molti problemi
a tutti quegli ebrei, e sono moltissimi, le cui famiglie sono state
costrette o hanno ritenuto opportuno nascondere le prove della loro
appartenenza al popolo ebraico. Famiglie scampate ai pogrom, alla
Shoah o a persecuzioni di vario genere in diversi paesi, sono sopravvissute
anche grazie all’adozione di nomi falsi e spesso a finte iscrizioni
nei registri delle chiese da parte di preti cattolici e pastori
protestanti, i quali le hanno aiutate per autentica umana pietà
o per denaro. Sotto il regime stalinista molte famiglie ebraiche
spesso nascondevano le loro origini persino ai figli, non facevano
circoncidere i maschi e non davano alcuna educazione ebraica alla
prole. Durante la Shoah alcuni ebrei polacchi e lituani scamparono
ai massacri con fughe e documenti falsi spesso svedesi e finlandesi,
ma anche francesi, irlandesi e italiani, e dopo la guerra non furono
più in grado di ritrovare parenti o conoscenti ebrei che
testimoniassero la loro ebraicità, né documenti che
ne provassero l’identità originale.
Alcuni ebrei ashkenaziti di varia provenienza, per motivi molto simili tra loro, non hanno prove del loro status di ebrei e sono rifiutati dalle comunità ebraiche tradizionali. Vivono in nazioni diverse, ma soprattutto in Scandinavia e qualcuno è anche sposato con ebrei “regolari”. Vengono in contatto quasi per caso e decidono di riunirsi per vivere tranquillamente la loro identità ebraica al di fuori dei gruppi ufficiali. Qualcuno si trasferisce per essere più vicino agli altri e decide di rinunciare all’affannosa e spesso costosa ed inutile ricerca delle testimonianze delle proprie origini da presentare al Bet Din. Nessuno ora è più solo a celebrare lo Shabbat e le altre festività ebraiche, che vengono trascorse spesso insieme in casa dell’uno o dell’altro. La maggior parte di loro sembra avere trovato finalmente la serenità e la possibilità di vivere la propria identità ebraica in questo nuovo gruppo. Per qualcuno, però, non essere più solo causa drastici cambiamenti. Una profonda crisi coniugale porterà al divorzio Leif, ebreo sposato con una gentile norvegese. La moglie non sa accettare realmente il nuovo impegno del marito all’interno della neonata comunità.
Un viaggio in Israele compiuto insieme per visitare la “terra dei padri” dividerà ancora il gruppo. Uno di loro si trasferirà in Israele, accettando il compromesso di un lungo percorso di “conversione” presso la comunità ortodossa, per diventare assurdamente quello che in realtà egli è già: ebreo. Un altro deciderà di rompere definitivamente con il popolo ebraico, che ama e di cui sa di fare parte, ma che rifiuta di riconoscerlo per motivi tanto discutibili. La più anziana, appena rientrata dal viaggio in Israele, posate le valigie nell’ingresso del suo appartamento, si guarderà intorno e, ad un tratto, la casa le sembrerà estranea. “E’ là che volevo restare. Non è mia questa casa, non è mia questa terra -- la mia terra è Israele, in Israele deve essere la mia casa…il mio popolo è là... altri fratelli e sorelle sono qui e in altri paesi, ma…molti di loro non mi accoglieranno … ovunque, per molti di loro sarò sempre straniera …” e un unico pensiero l’accompagnerà nella notte: “Non voglio più vivere, non posso più vivere...”.
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