“…Fuggi
pure, il cielo ti deride!
Il sole con i suoi dardi ti trafigge gli occhi,
le acacie, coperte di fresco bianco-verde,
vogliono avvelenarti con odore di sangue e di fiori,
il tuo capo cospargere di petali e piume;
frammenti di vetro sulla strada dai mille riflessi
vogliono ostacolare il tuo triste pellegrinare…
D-o con mano benevola ti ha fatto un doppio dono:
un massacro con la primavera…”
“…Domani il sole,
come oggi, come ieri,
come ogni giorno, sorgerà radioso
da oriente, e non darà meno luce
e sarà leggero, silenzioso e gaio come sempre…”
“…fatti raccontare tutte le storie:
la storia di un ventre riempito di piume,
di nasi forati con chiodi, di teste sfondate con martelli,
di uomini macellati appesi alle travi del soffitto
a testa in giù, come le oche,
di un bambino che si è addormentato nella morte
mentre succhiava il petto della madre assassinata
e di un bambino squartato vivo,
che con l’ultimo grido urlava
“Ma…”, un “mamma!” mai finito…
E ancora, ancora altre storie più atroci…”
da Nella città del massacro di Chaim Nachman Bialik.
Nel 1903 gli ebrei di Kishinev,
in Ucraina, sono vittime di un pogrom di incredibile violenza che
impressiona l’opinione pubblica. La Commissione Storica Ebraica
di Odessa invia Chaim Nachman Bialik nella cittadina per stilare
un rapporto sul massacro. Scosso dalle testimonianze raccolte tra
i sopravvissuti, Bialik è anche colpito dalla sottomissione
che riscontra nel suo popolo, che provoca in lui ira ed amarezza.
Scrive il poema sia in Ebraico, BeIr haHaregah, che in Yiddish,
In Schite Stot.
Come ha potuto la sua gente assistere al proprio massacro così,
senza reagire? Come possono i sopravvissuti, dopo le atrocità
inimmaginabili che hanno subìto e di cui sono stati testimoni,
tornare a vivere la vita misera di ogni giorno, sottomessi e dimentichi
degli orrori, senza ribellarsi, senza almeno urlare il proprio odio,
la propria rabbia, il proprio desiderio di giustizia, di vendetta?
Come può questo popolo essere così debole e stanco
da rivelarsi incapace persino di lottare per la propria vita? Nel
poema Nella città del massacro, un immaginario uomo “…dal
cuore di ferro e d’acciaio, freddo, duro e muto viene guidato
dal poeta attraverso la città in cui l’uomo, inorridito
da ciò che vede, non avrà scampo, dove troverà
ovunque morte, sangue, atrocità e dove le sua lacrime e le
sue grida saranno inutili. C’è in questo poema come
un presagio degli eventi atroci che ancora in futuro colpiranno
la popolazione Ebraica...
Biografia: Chaim
Nachman Bialik, poeta, scrittore, giornalista, traduttore, editore
e saggista, considerato uno dei massimi poeti della letteratura
ebraica moderna, nasce in Volinia nel villaggio di Radi nel 1873.
Fino al 1924, anno del suo trasferimento a Tel Aviv, vive, studia
e lavora tra Volohzin, Odessa, Korostyshev (Kiev), Varsavia e per
un periodo anche in Germania. Trasferitosi a Tel Aviv, si dedica
con dedizione sia alle attività letterarie che educative,
è impegnato presso l’Università Ebraica, è
Presidente dell’Unione degli Scrittori Ebrei e del Consiglio
della Lingua Ebraica. Nel 1934, recatosi in Austria per un intervento
chirurgico, muore a Vienna.
di Liv-
Chayiah Dodino
|